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L’Afghanistan sta tornando santuario del terrore. Un problema per l’Occidente

Gli integralisti avanzano nel paese e Kabul potrebbe capitolare nell'anniversario dell'11 settembre. L'ultima carta: una nuova coalizione di Paesi volenterosi al di là della Nato

Kabul potrebbe cadere sotto il controllo dei talebani nei prossimi trenta giorni, secondo fonti dell’amministrazione americana riportate dal Washington Post. Se così fosse, il ventesimo anniversario dell’attacco alle Torri gemelle, l’11 settembre, sarebbe segnato da una simbolismo beffardo, oltre che dal fallimento definitivo del lungo e sofferto tentativo di stabilizzare l’Afghanistan.

L’offensiva dei combattenti talebani contro il governo centrale, propiziata dal ritiro delle forze della Nato, era stata prevista, ma l’avanzata ha sorpreso tutti per la rapidità e la facilità con cui gli insorti conquistano, una dopo l’altra, città e centri nevralgici. Dopo le ultime vittorie, nel nord del Paese, a Kundus e Faizabad, gli attacchi si concentrano contro le truppe lealiste a Mazar-e-Sharif e a Herat, già base operativa del contingente militare italiano. Si susseguono notizie di violenze e brutalità, si valutano possibili crimini di guerra, si moltiplica il numero degli afghani in fuga e degli sfollati: sono già centinaia di migliaia, per ora all’interno del Paese, domani diretti in Europa.

Sarà questo l’epilogo della missione militare occidentale, protrattasi per venti anni con diversi mandati con un pesante costo di vite umane perdute e di risorse finanziarie investite? Il bilancio rischia di essere disastroso, non soltanto per l’Afghanistan di nuovo soffocato e martoriato da un feroce integralismo islamico che conculca persino i diritti più elementari. In poco tempo potrebbero ricrearsi le condizioni ideali per lo sviluppo sull’intero territorio di attività illecite, traffici clandestini, migrazioni forzate e santuari per il terrorismo internazionale, sempre interessato a basi condiscendenti per operazioni a largo raggio contro obiettivi occidentali e non solo. Se le lancette del tempo tornassero indietro di venti anni, a pagarne le conseguenze in termini di sicurezza insieme ai Paesi della Nato potrebbero essere anche i vicini, certo preoccupati di confinare con un focolaio di violenze e tensioni.

Sicché la sorte di quella sperduta terra montagnosa nel cuore dell’Asia non dovrebbe essere materia per pochi specialisti di strategie internazionali a Washington e a Bruxelles. Almeno nel mondo che non c’è più, si sarebbe potuta immaginare una realistica presa d’atto degli interessi convergenti di Paesi pur se in competizione tra loro. Uno Stato canaglia, non riconosciuto dalla comunità internazionale, ricettacolo di tagliagole internazionali più o meno artigianali, avrebbe costituito un problema per Stati Uniti e Europa, ma anche per Russia e Cina. Sarebbe stato plausibile tentare una risposta coordinata a una minaccia comune, unire pragmaticamente risorse diplomatiche e militari per scongiurare implicazioni inquietanti per tutti.

Nei mesi scorsi, al preannuncio degli Stati Uniti del ritiro delle proprie truppe dall’Afghanistan, per molti fu chiaro che il timing della decisione era tutt’altro che felice. Un addestramento adeguato delle forze regolari afghane avrebbe richiesto più tempo ed era chiaro che il ripiegamento americano, inevitabilmente seguito a ruota da quello degli alleati (together in, together out), avrebbe alimentato una forte offensiva talebana e allontanato la prospettiva di un’intesa tra fazioni afghane sul futuro del Paese. Ma quella era la linea decisa da Biden, in continuità con Trump e Obama, senza margini di manovra per qualche europeo per nulla convinto.

Con il ritiro, la Nato si è riservata di assicurare all’Afghanistan programmi di cooperazione, servizi essenziali e formazione militare. L’avanzata galoppante degli integralisti, vedremo se e quando fino a Kabul, vanifica quegli impegni, che presuppongono un minimo di sicurezza. Con l’offensiva, i gruppi talebani anche se con mille riserve disponibili al dialogo appaiono scalzati dai combattenti più intransigenti, decisi ad andare avanti fino al controllo dell’intero Paese. Chissà se prima del possibile crollo, ormai messo in conto, qualcuno oserà giocare un’ultima carta, per una sorta di nuova coalizione di Paesi volenterosi al di là della Nato, disposti a contenere la baldanza degli insorti anche con interventi militari mirati dal cielo e a trascinarli di nuovo al tavolo negoziale per evitare la restaurazione dell’oscurantismo e dei suoi frutti velenosi. Purtroppo oggi è molto difficile e il tempo stringe.

 

FONTE MICHELE VALENSISE www.huffingtonpost.it

FOTO Paula Bronstein via Getty Images

 

Fonte
huffingtonpost.it
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